SUD SUDAN: UNA PREGHIERA PER LA PACE

Created on Thursday, 18 December 2014 11:35

18 December 2014 – (Davide de Michelis – vaticaninsider.lastampa.it) – A un anno dall’inizio del conflitto, le comunità religiose invocano la fine del conflitto. I colloqui di pace proseguono, ma senza risultati. Nelle prossime settimane gli scontri di potrebbero intensificare.

 


Un anno di guerra civile, dopo trenta di conflitto contro il nord. Tutte le comunità religiose del più giovane Stato del mondo, il Sud Sudan, hanno pregato per la pace. Cattolici, protestanti e musulmani hanno invitato tutti i fedeli a invocare la fine ostilità.
«Questo anno di guerra ha avuto un grave impatto sul Paese. Le nostre comunità sono state profondamente separate dalle divisioni etniche. Molti programmi di sviluppo sono stati colpiti gravemente. La guerra ha nuovamente infiammato una cultura di violenza con cui avevamo dovuto convivere per tanti anni». Con queste parole l’Arcivescovo di Juba, Paolino Lukudu Loro, si è indirizzato ai cattolici che hanno partecipato alla celebrazione nella Cattedrale di Santa Tersa, a Juba.
Il 15 dicembre 2013 il governo denunciava un tentativo di colpo di Stato. Da allora i due principali gruppi etnici del Paese, dinka e nuer, hanno iniziato a combattere una guerra che dalla capitale, si è spostata soprattutto in tre stati del nord: Unity, Upper Nile e Jonglei. Non a caso, le regioni più ricche di petrolio.
Dopo un anno di scontri, la metà dei dodici milioni di persone che vivono in Sud Sudan hanno bisogno di aiuti umanitari, secondo le Nazioni Unite. “La guerra è il male, non può portare la pace, i combattimenti si devono fermare ora”. Con queste parole la Conferenza episcopale del Sud Sudan aveva aperto una lettera pubblicata il 25 settembre scorso: “Non ci sono giustificazioni morali per questa guerra. Non possiamo accettare scuse o condizioni da qualsiasi parte vengano, per la prosecuzione del conflitto. Combattimenti e uccisioni devono fermarsi immediatamente e incondizionatamente”. La presa di posizione dei vescovi è stata molto netta. Da allora però non è ancora cambiato nulla.
I colloqui di pace hanno continuato a protrarsi, le due parti in conflitto proseguono il dialogo ma senza alcun accordo capace di portare ad un cessate il fuoco. Nei tre stati interessati si continua a combattere, i villaggi abbandonati a causa degli scontri continuano ad essere deserti e nella capitale permangono quattro campi profughi che ospitano circa 30 mila persone fuggite degli scontri. Qualche mese fa erano 40mila, diecimila sono andate a cercare rifugio oltreconfine, in Kenya e Uganda. Con l’inizio della stagione secca che facilita gli spostamenti di truppe, nelle prossime settimane, è probabile che gli scontri si intensificheranno.
«Non dobbiamo scoraggiarci. Il messaggio dell’Avvento ci dice che il cristiano si caratterizza per la gioia e la forza d’animo, perché Cristo gli ha mostrato il significato di tutte le condizioni di vita». L’Arcivescovo Paolino ha concluso la preghiera nella cattedrale di Juba, ricordando che «Dobbiamo accettare le divisioni tribali e farle diventare elemento di riconciliazione, andando alle nostre radici comuni. Anche il potere deve essere considerato un umile dono, un servizio al popolo di Dio, per un periodo di tempo ben definito, e non per sempre».